ALLA SCOPERTA DI FRA GIUSEPPE – N.2

Le “acrobazie” di Vincenzino


Fin da piccolo Vincenzo aveva mostrato un carattere assai irrequieto, ben oltre la soglia comune ai bambini della sua età. In famiglia tutti lo tenevano d’occhio, sia l’impegnatissimo padre, Nicolò, spesso assente per via del lavoro, sia gli altri familiari, ma egli sapeva scaltramente eludere la vigilanza e per quanto si stesse a sorvegliarlo, raramente si riusciva a coglierlo in flagrante.  Inventava giochi che in più di una occasione misero a repentaglio la sua vita e quella dei suoi compagni di gioco. A tal riguardo così ci riferisce il Cultrera:

Una volta fu visto saltare dalla ringhiera del terrazzo di casa, e, poggiando i piedi sulle grate sporgenti delle camere sottostanti, scendere in giardino, per poi  […] risalirsene, aggrappandosi alle inferriate delle finestre. […] Arrampicandosi sulle persiane dei balconi, si serviva delle stecche […] per risalire su pian piano come fossero una scala, finché non arrivava sul tetto. […] Il rischio qui era evidente, perché se si fosse rotta qualche stecca, precipitando sull’inferriata sottostante, si sarebbe addirittura tagliato in due[1].

Episodi di questo tenore i biografi ne riferiscono un gran numero; il Ferrigno cosi ci riporta:

Una volta, presa una scala a pioli, la portò nel terrazzo a livello della casa, e cominciò a salirla dalla parte posteriore. Arrivato quasi all’estremità, la scala sci­volò sul pavimento ch’era di mattoni patinati, ed egli cadde rimanendovi sotto, e sbattendo forte al suolo la schiena e l’occipite, tanto che ne rimase tramortito[2].

A questo episodio pare abbia assistito la sorella del Servo di Dio, Concettina, alla quale Vincenzo fece cenno di starsene zitta, ma la bambina impaurita e preoccupata per l’accaduto corse ad avvisare i genitori, i quali dopo aver prestato le prime cure non gli fecero mancare rimproveri e ammonimenti. Vincenzo adirato inveì contro la sorella dicendo: “Non dubitare, tu morrai inforcata!“.[3]

In un’altra occasione, in questo suo continuo divertirsi giocando su tetti e terrazze, ed escogitando ogni mezzo per incorrere in pericoli, coinvolse la sorella Concettina, più piccola di lui. Nel centro della casa dove abitava, era situata un’alta loggia e qualche metro più in basso vi era un tetto. Con l’intento di osservare il movimento del porto e le campagne circostanti, che da li si scorgevano, Vincenzo pensò bene di condurvi la sorella. Ora per passare dalla loggia al tetto le “acrobazie” da compiere erano molteplici, e per quanto lui vi fosse abituato, non lo era affatto la bambina, che spaventata non voleva cimentarsi in quell’impresa. Ma egli la incoraggiò ed aiutandola riuscirono a raggiungere il tetto. Goduto il panorama, al momento di rientrare, rimasero bloccati non riuscendo a risalire.  Provvidenza volle che dei passanti si accorsero e avvisarono la famiglia, che riuscì a metterli in salvo e a farli rientrare in casa.

Da queste monellerie, che rientrano nella sfera della fanciullezza, Vincenzo passerà a quelle della gioventù. Trascorreva poco tempo in famiglia, e quando era presente si irritava facilmente con tutti, e maltrattava i fratelli, le sorelle e la matrigna.
Sui  compagni pretendeva di imporsi, anche a costo di “venire alle mani”, a tutti voleva far sentire la sua superiorità, anche quando era dalla parte del torto. Era insomma uno di quei caratteri irrequieti che raramente danno pace, a chi li circonda.

Anche a scuola, molto svogliato, era appagato quando riusciva a far scoppiare disordini, i compagni e i maestri erano davvero stanchi di lui, per questo nel febbraio del 1877 fu cacciato una prima volta dall’Isituto Randazzo dove studiava, aveva solo tredici anni. A poco o a nulla valsero i tentativi del padre a farlo rinsavire e, nonostante le punizioni da lui inferte erano davvero esemplari, Vincenzo le accettava con rassegnazione e senza mai mancare di rispetto al padre, ma subito dopo ritornava alla stessa condotta. Così riporta il Ferrigno:

Suo padre mi scrive: «Questo fu uno de’ periodi della sua vita, in cui mi diede molto da fare e da pensare. Tentai diversi modi per raddrizzarlo, ma invano. Ebbi a punirlo, or col dargli la sola minestra o il solo pane, ora non facendolo uscire di casa […]: ed avea talmente stancata la mia pazienza, che alcune volte lo percossi fortemente, ed altra volta lo tenni per ben quattro giorni chiuso in una  camera, dandogli pochissimo cibo  che gli veniva apprestato di nascosto da uno dei parenti, senza fargli comprendere che io lo sapessi. A seconda dell’entità della mancanza non sempre lo castigava, ma spesso lo ammoniva a studiare, a stare quieto ed attento a scuola, portandogli degli esempi di altri giovani. [….] Quando aveva buoni rapporti dai professori non tralasciava di premiarlo.»[4].

Dopo essere stato riammesso per una seconda volta all’Istituto Randazzo, a causa della cattiva condotta, venne nuovamente e definitivamente, espulso.

Addolorato il padre non si perse d’animo e pensò bene di affidare il figlio nelle mani del sacerdote Giuseppe Colavincenzo, la cui fama di severità era ben nota, e per tale motivo il giovane fu iscritto al convitto S. Rocco, di cui il Colavincenzo era direttore. Ma di questo tratteremo nel prossimo numero.

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[1] Cultrera S. Il servo di Dio Fra Giuseppe Maria da Palermo novizio cappuccino, collegiale, seminarista, religioso, morto a 22 anni in concetto di santo (1864 – 1866), Milano, Tipografia S. Lega Eucaristica, 1914, pagg. 7-8.
[2] Ferrigno G. – Cascavilla M. Vita di Vincenzo Diliberto novizio cappuccino. Palermo, Tipografia commerc. Sussurs. F.lli Vena, 1889, pag. 6.
[3] Cfr. Cultrera S. Il servo di Dio Fra Giuseppe Maria da Palermo, pag. 8.
[4] Ferrigno G. – Cascavilla M. Vita di Vincenzo Diliberto novizio cappuccino, pagg. 8 -9.

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