EXCURSUS: GAUDETE ET EXSULTATE N.5

Capitolo IV
Alcune caratteristiche della santità nel mondo attuale

Sono in tutto «cinque grandi manifestazioni dell’amore per Dio e per il prossimo che considero di particolare importanza a motivo di alcuni rischi e limiti della cultura di oggi» (n.111).

La prima caratteristica ha i tratti della sopportazione, della pazienza e della mitezza (nn 112-121).
«La prima di queste grandi caratteristiche è rimanere centrati, saldi in Dio che ama e sostiene. A partire da questa fermezza interiore è possibile sopportare, sostenere le contrarietà, le vicissitudini della vita, e anche le aggressioni degli altri, le loro infedeltà e i loro difetti: «Se Dio è con noi, chi sarà contro di noi?» (Rm 8,31). Questo è fonte di pace che si esprime negli atteggiamenti di un santo. Sulla base di tale solidità interiore, la testimonianza di santità, nel nostro mondo accelerato, volubile e aggressivo, è fatta

di pazienza e costanza nel bene. E’ la fedeltà dell’amore, perché chi si appoggia su Dio (pistis) può anche essere fedele davanti ai fratelli (pistós), non li abbandona nei momenti difficili, non si lascia trascinare dall’ansietà e rimane accanto agli altri anche quando questo non gli procura soddisfazioni immediate» (n.112).

È necessario «lottare e stare in guardia davanti alle nostre inclinazioni aggressive ed egocentriche per non permettere che mettano radici» (n.114). L’umiltà, che si raggiunge anche grazie alla sopportazione delle umiliazioni quotidiane, è una caratteristica del santo che ha un cuore «pacificato da Cristo, libero da quell’aggressività che scaturisce da un io troppo grande» (n.121).

La seconda caratteristica è la gioia e il senso dell’umorismo (nn.122-128)
La santità «non implica uno spirito inibito, triste, acido, malinconico, o un basso profilo senza energia». Anzi, «il malumore non è un segno di santità» (n.126). Al contrario, «il santo è capace di vivere con gioia e senso dell’umorismo. Senza perdere il realismo, illumina gli altri con uno spirito positivo e ricco di speranza» (n.122). Il Signore «ci vuole positivi, grati e non troppo complicati» (n.127).

La terza caratteristica è l’audacia e il fervore (nn.129-139)
Nello stesso tempo, la santità è parresia: è audacia, è slancio evangelizzatore che lascia un segno in questo mondo. Perché ciò sia possibile, Gesù stesso ci viene incontro e ci ripete con serenità e fermezza: «Non abbiate paura» (Mc 6,50). «Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Mt 28,20). Queste parole ci permettono di camminare e servire con quell’atteggiamento pieno di coraggio che lo Spirito Santo suscitava negli Apostoli spingendoli ad annunciare Gesù Cristo. Audacia, entusiasmo, parlare con libertà, fervore apostolico, tutto questo è compreso nel vocabolo parresia, parola con cui la Bibbia esprime anche la libertà di un’esistenza che è aperta, perché si trova disponibile per Dio e per i fratelli (cfr At 4,29; 9,28; 28,31; 2 Cor 3,12; Ef 3,12; Eb 3,6; 10,19)» (n.129).

La santità vince le paure e i calcoli, la necessità di trovare luoghi sicuri. Francesco ne elenca alcuni: «individualismo, spiritualismo, chiusura in piccoli mondi, dipendenza, sistemazione, ripetizione di schemi prefissati, dogmatismo, nostalgia, pessimismo, rifugio nelle norme» (n.134).

Il santo non è un burocrate né un funzionario, ma una persona appassionata che non sa vivere nella «mediocrità tranquilla e anestetizzante» (n.138). Il santo spiazza e sorprende (cfr ivi) perché sa che «Dio è sempre novità, che ci spinge continuamente a ripartire e a cambiare posto per andare oltre il conosciuto, verso le periferie e le frontiere» (n.135).

La quarta caratteristica è il cammino comunitario (nn.140-146)
«La santificazione è un cammino comunitario… vivere e lavorare con altri è senza dubbio un via di crescita spirituale» (n.141)

Per papa Francesco, la vita comunitaria preserva dalla «tendenza all’individualismo consumista che finisce per isolarci nella ricerca del benessere appartato dagli altri» (n.146).

La quinta caratteristica è la preghiera costante (nn.147-157)
Infine, malgrado sembri ovvio, ricordiamo che la santità è fatta di apertura abituale alla trascendenza, che si esprime nella preghiera e nell’adorazione. Il santo è una persona dallo spirito orante, che ha bisogno di comunicare con Dio. E’ uno che non sopporta di soffocare nell’immanenza chiusa di questo mondo, e in mezzo ai suoi sforzi e al suo donarsi sospira per Dio, esce da sé nella lode e allarga i propri confini nella contemplazione del Signore. Non credo nella santità senza preghiera, anche se non si tratta necessariamente di lunghi momenti o di sentimenti intensi (n.147)

Di che preghiera si tratta? «La preghiera dovrebbe essere una pura contemplazione di Dio, senza distrazioni, come se i nomi e i volti dei fratelli fossero un disturbo da evitare». E precisa: «essere santi non significa, pertanto, lustrarsi gli occhi in una presunta estasi» (n.96). Al contrario, proprio l’intercessione e la preghiera di domanda sono gradite a Dio perché legate alla realtà della nostra vita.

Nel prossimo numero affronteremo il quinto capitolo: “Combattimento, vigilanza e discernimento”. (Per leggere il testo integrale dell’Esortazione apostolica: clicca qui)

Fonte: www.diocesisenigallia.it

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