XIV Domenica del Tempo Ordinario


Vangelo  Mt 11, 25-30
Io sono mite e umile di cuore.

Dal vangelo secondo Matteo

In quel tempo Gesù disse:
«Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza. Tutto è stato dato a me dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo.
Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero».


Commento[1]

Il brano del Vangelo secondo Matteo, pur essendo composto da tre elementi letterariamente diversi fra di loro, ha una chiara unità di pensiero. Nella prima parte Gesù si rivolge al Padre con il tono confidente della preghiera di lode; nell’ultima si rivolge invece ai discepoli con un invito e una promessa; al centro si pone una affermazione solenne, senza indicazione dei destinatari, ma indispensabile per compiere il passaggio dalle parole rivolte al Padre a quelle dette ai discepoli. Proprio in forza dell’intima relazione e comunione di vita che lo lega al Padre, Gesù è l’autentico rivelatore e può dire agli uomini: «Venite a me». Egli è la Sapienza in persona, la piena e definitiva rivelazione di Dio, capace di dare ristoro a ciascuno, realizzando le aspettative e calmando le inquietudini. La sua Parola è un giogo «dolce», è un peso «leggero»; risulta quindi ben diversa da ciò che stanca e opprime. Pertanto la comunione di vita con lui e il desiderio di imparare da lui, di averlo cioè come modello, libera e dona la pace. La metafora contadina del giogo, che unisce la forza di due animali, indica un legame e prendere il giogo di Gesù significa per un discepolo legarsi a lui per lavorare insieme. Condividere il suo lavoro però non vuol dire faticare, ma proprio il contrario: unito a Cristo che è il forte, il discepolo ha la fortuna di farsi portare e trovare ristoro. Imparare da Cristo vuol dire accogliere una potenza che rende possibile e facile l’impresa di vivere.

Claudio Doglio

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[1] Doglio C., in Amen, la Parola che salva. Edizioni San Paolo, Cinisello Balsamo 2020, Anno 3 N.7,  pag. 83.

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